dante

La Luna nella letteratura italiana

«Chi ama  la  luna  non  si  contenta  di  contemplarla  come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più»
Italo Calvino

Realtà comprensibile con Galileo Galilei, a seguito dello sbarco di Armstrong, la Luna divenne un qualcosa di concretamente e fisicamente esplorabile. Corpo celeste che ci racconta dell’universo, dello spazio e del suo equilibrio, essa è l’unico satellite naturale della Terra.

“La Luna?
Sì!
Ma guarda un po’ alla mia età,
andare a finire sulla Luna,
io di questa stagione sono abituato
ad andare a Capri, porca miseria…”
Totò, nel film Totò nella luna

Quando compare per la prima volta la parola “Luna”

La parola luna compare per la prima volta nel 1224. San Francesco d’Assisi, nel Cantico delle Creature, opera più antica della letteratura italiana, innalza lodi al Signore per la bellezza della creazione «Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle». Fa riferimento alla Luna come “sorella” in quanto, al pari dell’uomo, è una creatura di Dio.

La luna da Dante ad Italo Calvino

Nel II canto del Paradiso di Dante Alighieri, circa un secolo più tardi, ci troviamo di fronte ad un piccolo trattato scientifico, una sorta di monografia lunare. Il Divin Poeta nutre dei dubbi circa l’origine delle macchie lunari. A suo avviso, le parti più luminose differiscono da quelle scure a causa della densità dei corpi. «Ma ditemi: che son li segni bui/ di questo corpo, che là giuso in terra/fan di Cain favoleggiare altrui?». Tuttavia, Beatrice offre una spiegazione di carattere metafisico: la diversa luminosità risiederebbe nel diverso grado di compenetrazione nei cieli della virtù celeste. «La spera ottava vi dimostra molti/ lumi, li quali e nel quale e nel quanto/ notar si posson di diversi volti./ Se raro e denso ciò facesser tanto, /una sola virtù sarebbe in tutti,/più e men distribuita e altrettanto./Virtù diverse esser convegnon frutti/ di princìpi formali, e quei, for ch’uno, /seguiterieno a tua ragion distrutti».

Anche Francesco Petrarca, come Dante, nelle Rime parla della luna senza pathos o eccessivi trasporti. Essa è, però, metafora dei suoi stati d’animo nostalgici e malinconici: il poeta attende la notte in cerca di pace e serenità: «A’ miei pensier, che per quest’alta piaggia/ Sfogando vo col mormorar de l’onde/ Per lo dolce silenzio de la notte/ Tal ch’io aspetto tutto ‘l dì la sera/ Che ‘l sol si parta e dia luogo a la luna».

Ludovico Ariosto, nel 1516, dedica alla luna l’intero canto XXXIV dell’Orlando Furioso. Divenuto pazzo per amore di Angelica, Ariosto “spedisce” sulla Luna il paladino Orlando affinché ritorni in sé e continui la guerra Santa. L’atmosfera di calma assoluta e di tranquillità che caratterizza la Luna rappresenta il forte contrasto con la vita sulla Terra. Geniale l’Ariosto che usa l’ambientazione del paesaggio lunare per una prospettiva più ampia e distaccata da cui far partire la sua riflessione sulla condizione umana. La Terra è luogo di pazzia, dove pazzia è ogni azione compiuta dall’uomo. Sulla Luna, si raccoglie e si concentra tutto ciò che si perde nel mondo, a causa della sconsideratezza umana. Questo pallido astro è, pertanto, sinonimo di imperturbabilità ed infinita saggezza.

Giacomo Leopardi, dal canto suo, ha una visione ben più romantica della luna. Ne Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, il pastore chiede: «Che fai tu, Luna, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa luna?» La luna, dunque, ha il ruolo di presenza amica che consola dall’angoscia generata dalla presa di coscienza del reale in antitesi con l’eterno. Nella poesia Alla luna, invece, il Leopardi applica la poetica della memoria. Dalla contemplazione della luna, il presente dà luogo al ricordo di un tempo ormai passato. L’unica costante è il dolore che è rimasto intatto. Il poeta, dunque, affida alla “graziosa luna” le sue sofferenze, come se fosse una donna capace di lenire il patire umano.

Ne Il castello dei destini incrociati, romanzo fantastico di Italo Calvino pubblicato nel 1969, le vicende si intrecciano con quelle di numerose celebri opere e personaggi, tra cui Edipo, Dottor Faust, Parsifal, Orlando e Astolfo (dell’Orlando Furioso citata poc’anzi), Amleto e Lady Macbeth. La Luna in Calvino assume connotazioni e ruoli assai diversi a seconda dell’opera presa in esame. Se ne Le Città Invisibili viene a mala pena menzionata, nella celebre raccolta le Cosmicomiche, la luna diviene protagonista assoluta ed indiscutibile. Per Calvino, essa è quanto di meglio possa esistere per esprimere la leggerezza, il silenzio e la calma. Essendo un luogo a sé stante, lontano e separato dal mondo e dal caos umano, l’uomo cerca un rapporto più intimo con l’astro. Lo stesso Calvino afferma: «Chi ama la luna non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più».

 

Elemento che induce alla riflessione, simbolo di imperturbabilità o meta ultima verso cui evadere, la Luna ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nelle parole, distanti se non addirittura antitetiche, dei grandi maestri della letteratura italiana.

 

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